___________________ CONSULENTE DELLA PERSONA E DELLA ORGANIZZAZIONE ___________________ Counselor Filosofico, Life & Corporate Coach, Consulente nel Management delle Risorse Umane

COACHING

“Credo in te. Ti stimo”. È questo il coaching?

E’ tutto ciò che avviene nel film “Volevo dormirle addosso”, nel quale si fa il verso al modo tutto americano di motivare al lavoro?

Il coaching corre il rischio di vedersi equiparato a una sua declinazione deteriore, stereotipata e spersonalizzata (che conseguentemente ha a rigore poco a che vedere con il coaching vero e proprio), tutta americana nel senso spregiativo del termine.

Nondimeno nelle sue origini ha difatti degli elementi che permangono nella sua essenza. E così il coaching è ovviamente prima di tutto molto americano nel puntare sui punti forti delle persone, sul cambiamento, la realizzazione di se stessi, tutti elementi del sogno americano stesso.

Ma se una nazione è diventata tanto forte (al di là delle contingenze di questo primo decennio del 2000), probabilmente lo deve anche al suo calvinista senso dell’uomo e del suo diritto (e potere) alla felicità.

Qualcosa che però sembra quasi un optional nelle culture del Vecchio Continente, avvezzo come è all’amore per il sacrificio, come è nella peggiore lettura della cultura religiosa dominante, quasi introiettata nell’inconscio collettivo di tutti.

È per questo che, mentre in America il coaching potrebbe sembrare quasi una naturale evoluzione nello spirito nazionale, in Europa ha un fascino e delle ricadute affatto diverse. Ad esempio, il fatalismo un po’ snob dei francesi – “C’est la vie” – e l’autocommiserazione esterofila tutta nostrana, hanno quasi avuto un sussulto culturale al primo contatto con questi “venti dall’ovest”.

Sembra quasi che gli americani siano riusciti a inventarsi una nuova trovata, quasi la formula alchimistica dell’oro, mentre proprio noi stessi europei spesso dimentichiamo che questa “rivoluzione” del coaching affonda le radici proprio nella nostra gloriosa cultura europea delle origini, a partire dall’oracolo delfico del “conosci te stesso”[1].

Ma quello che genuinamente ha da dire il coaching oggi, a questi travagliati tempi di crisi (e dovrebbe in maniera massiccia, a partire dalle scuole, dalle università, fino agli ambienti di lavoro) è un passaggio di segno. Dall’accento sul contesto – «È così, non si può cambiare», all’accento sulla persona e alle sue inesauribili potenzialità, ossia al suo inestinguibile poter agire nel mondo. Così, se è vero che non posso cambiare il contesto, posso migliorare io stesso e così, per conseguenza, la mia vita.

Ma in fondo anche lo stesso contesto potrebbe cambiare e questo il coaching non se lo nasconde affatto[2].

Potremo così registrare un passaggio significativo; da un uomo che ha la concezione di se stesso come depotenziato, svigorito e frustrato da un contesto schiacciante, e che ritiene che riuscire nella vita sia direttamente proporzionale a quanto riesce a bere dell’inevitabile calice amaro – «Intanto è così, che posso farci?» – in poche parole, da una semplice comparsa sulla scena della vita; a un uomo che diventa attivo protagonista del mondo, a un uomo che finalmente può.

Può anche decidere momentaneamente di turarsi il naso, sì, ma lo farà proprio perché ha un senso nel progetto generale della sua vita, che lo porterà fin dove potrà, in relazione al suo contesto e alle sue potenzialità[3].

Può proprio perché tutto nella sua vita ha senso o meglio, perché la sua vita segue il senso che lui vuole dare, quello che quest’uomo stesso segue in base alla sua individualità e ai principi che ne informano la personalità e la sua vita di ogni giorno.

Ecco che allora la vita dell’uomo non è una uniforme da farsi entrare a forza, ma è un abito che si cuce ogni giorno addosso e ogni giorno migliora per starci al meglio e poterci andare lontano. Là dove vuole (veramente) andare.


[1] L’autoconsapevolezza è un mezzo per arrivare alle scelte. Banalmente molte delle crisi di autogoverno hanno la loro origine anche solo dal fatto di non conoscere a fondo se stessi e quello che si vuole. Si badi, l’autoconsapevolezza non significa mai conoscenza delle cause del proprio agire nel senso di una archeologia psicoanalitica.

[2] Cosa che si può talvolta sperimentare con estrema semplicità già in un rapporto personale in crisi: cambiando il nostro approccio verso quella persona, cambia tutta la relazione. È per questo che il coaching insiste sempre fortemente sull’imprinting della prima sessione, come lubrificante ai passaggi successivi. Il coaching riconosce tre rapporti fondamentali con il contesto: di adattamento (con conseguente sentimento di integrazione), di cambiamento e di rottura (entrambi con conseguente sentirsi protagonisti attivi).

[3] Il cosiddetto Doppio Canale. In altre parole, dal miglioramento (analizzando le potenzialità nei contesi e nelle relazioni, verificando il miglioramento, chiarificando i valori, scoprendo, elaborando eventuali altri desideri) – e al conseguente maggiore senso di autoefficacia – al cambiamento.

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